Una casa-gabbia fatta di vetro e cemento, fredda e geometrica, ospita la tragedia della famiglia Salvemini. Siamo a Bari, ma potremmo essere ovunque. Con La ferocia, adattamento teatrale del romanzo di Nicola Lagioia (Premio Strega 2015), la compagnia VicoQuartoMazzini, con la drammaturgia di Linda Dalisi e la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà, porta in scena un affondo chirurgico nella carne viva del potere familiare. Lo spettacolo ha conquistato pubblico e critica, vincendo quattro premi Ubu 2024: Miglior Spettacolo, Miglior Disegno Luci a Giulia Pastore, Miglior Attore a Leonardo Capuano, Miglior Attrice a Francesca Mazza.
La produzione – frutto della collaborazione tra SCARTI, Elsinor, LAC, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari e il Teatro Nazionale di Genova – si concentra sulla famiglia Salvemini, dinastia pugliese di costruttori. Al centro, la figura di Vittorio, patriarca lucido e crudele, circondato da figli smarriti, una moglie collusa e da un’assenza che pesa come un macigno: quella di Clara, la figlia ribelle, trovata morta, nuda e sanguinante. Ufficialmente suicidio, la sua morte rivela le crepe di un intero sistema fondato su ipocrisia, ferocia e dominio.
La ferocia – foto Francesco Capitani
L’adattamento teatrale, che ha concluso la tournée all’Elfo Puccini di Milano, compie una riscrittura coraggiosa: rinuncia all’ampiezza del romanzo per concentrarsi su dinamiche familiari e potere. Il giornalista Danilo Sangirardi (Gaetano Colella), figura secondaria nel libro, diventa qui il perno narrativo, con la sua voce che apre e chiude lo spettacolo sotto forma di podcast registrato in scena. Un dispositivo che restituisce allo spettatore un filo diretto con l’indagine e la riflessione.
La scenografia di Daniele Spanò amplifica il senso di gelo e isolamento: una villa borghese asettica, piena di vetri e spigoli, dove i personaggi si muovono come bestie intrappolate. Le luci di Giulia Pastore e i costumi di Lilian Indraccolo accentuano la tensione. Tutto lavora per evocazione, mai per compiacimento. Anche la regia, precisa e coreografica, trasforma i dialoghi in confessioni, spesso indirizzate a Clara, assente ma sempre evocata. Il “tu” rivolto a lei rende ogni parola una lama, ogni silenzio un abisso.
Il cast è formidabile. Leonardo Capuano interpreta Vittorio Salvemini come una belva ferita: in canottiera, affaticato, animalesco; in cravatta, ancora capace di dominio. Non è un patriarca solenne, ma una rovina vivente che esercita potere per inerzia. Francesca Mazza, nei panni di Annamaria, è una madre dolente e collusa, che esplode in un lamento funebre: un monologo velenoso e straziante, mix di rabbia e frustrazione, che buca la scena.
Tra i figli, Ruggero (Michele Altamura), oncologo sottomesso, incarna la complicità silenziosa. Michele (Gabriele Paolocà), il più giovane, è fragile e inquieto, l’unico a cercare la verità, la sorella, sé stesso. I suoi monologhi sono scavi interiori, pieni di spaesamento e desiderio di senso. È lui l’occhio dello spettatore, il più esposto, illuminato, umano.
Clara non appare mai in scena, ma è ovunque. I personaggi le parlano, la inseguono, la giudicano, la rimpiangono. È Antigone e Ofelia, simbolo del rimosso e della ribellione schiacciata. Il suo silenzio è una presenza costante, un urlo muto.
Accanto ai protagonisti, un gruppo di interpreti – Enrico Casale, Marco Morellini, Andrea Volpetti – dà vita a un’umanità sfaccettata, fatta di colpe, paure, compromessi. Nessun eroe, nessun mostro: solo esseri travolti da un sistema che confonde affetto e dominio; e deflagra nell’abuso di potere. La parola è scarna, interrotta. I monologhi, invece, diventano confessioni viscerali.
Il podcast è anche chiave politica. Sangirardi, cronista, ricostruisce i fatti, li commenta, li consegna a chi ascolta. È la voce che resta, mentre tutto crolla. La sua presenza trasforma la scena in un luogo di elaborazione collettiva, dove si tenta di decifrare l’orrore con gli strumenti del presente.
Elementi simbolici arricchiscono la scena: le canne di palude, piantate ossessivamente da Vittorio e Ruggero, tentano di mascherare il marcio. Simbolo di una borghesia che si aggrappa all’apparenza mentre imputridisce. Il quadro appeso, vuoto e privo di senso, è un feticcio della rispettabilità.
Straordinario il lavoro sulle luci, firmato da Giulia Pastore. Tutti si muovono in penombra, tranne Michele, sempre esposto, vulnerabile. Solo chi guarda in faccia la verità può essere davvero visibile. Il tempo è frantumato: Clara è morta ma viva, Michele è nel presente ma perso nel passato. I fatti si rincorrono in una spirale di memoria e trauma. Gli altri personaggi sono dimezzati, asserragliati tra verità e menzogna. L’ombra è la loro vera casa. La luce, una minaccia.
Fondamentale è la componente sonora. Le musiche soft originali di Pino Basile sono un altro protagonista. Rarefatte, poi percussive, poi sospese. Costruiscono un paesaggio acustico che tiene lo spettatore in tensione. I rumori della casa, la radio, le pause: tutto contribuisce a creare un senso di attesa inquieta.
Il Meridione raccontato è feroce, non folcloristico. Un Sud infeudato, arrogante, dove la cultura del dominio ha radici profonde. Ma La ferocia racconta un sistema, una nazione, un modello che ha fatto del potere un culto e del silenzio una strategia.
Questo spettacolo non consola. Trascina lo spettatore in una stanza buia, dove i fantasmi della famiglia – e dell’Italia – non smettono di parlare. Ma nel loro lamento c’è una forza antica: quella del teatro come verità nuda, specchio e ferita.