“Noi siamo un minestrone” non è solo uno spettacolo del Teatro delle Ariette, ma una dichiarazione di poetica, un manifesto esistenziale, un gesto politico nel senso più profondo e quotidiano del termine. Paola Berselli e Stefano Pasquini – coppia artistica e di vita da quasi mezzo secolo – portano in scena un lavoro che nasce dal loro podere, dalla terra coltivata, dal tempo lento della cucina, dagli incontri accumulati in venticinque anni di tournée. Teatro di terra. Teatro da gustare, letteralmente. Teatro itinerante. Partendo dalla campagna emiliana. Viaggiando sempre in furgone, mai per turismo o vacanza, sempre per necessità di relazione.
Il punto di partenza è semplice e radicale: un minestrone, che consumeremo lautamente a fine spettacolo. Un piatto povero, inclusivo, dove tutto trova posto senza perdere la propria identità. Verdure diverse, tempi di cottura diversi, sapori che si mescolano. Il minestrone diventa metafora del vivere insieme, del melting pot umano, di un’utopia conviviale che non cancella le differenze ma le valorizza. È un inno all’uguaglianza possibile, costruita non sull’omologazione ma sull’armonia.
Lo spettacolo, giunto al Teatro Comunale di Ceglie Messapica (BR), dove è di scena fino al 23 gennaio, si sviluppa come un racconto di vita condiviso con il pubblico, seduto allo stesso livello degli attori, chiamato a partecipare non come spettatore passivo ma come parte della comunità temporanea che si crea. Già in questo teatro raccolto, in un mercoledì sera piovoso con veduta sulla Valle d’Itria, si respira un’aria di convivialità, oltre che di verdure, ortaggi e legumi. Quattro tavoli quadrati bassi, e le sedie attorno. Giocare a fare i cuochi, come la partita a tennis immaginaria di Blow-Up, film di Antonioni. Ma quello che è reale, e trasuda sguardi, gesti, intrecci, è l’arte. Il teatro qui è incontro, sguardo negli occhi. È conoscersi attraverso il cibo, i vini locali, il gesto semplice del preparare e mangiare insieme. Pane fatto in casa, pesto di noci e mandorle, verdure del podere delle Ariette, in Emilia, dove Berselli e Pasquini si sono stabiliti quando il muro di Berlino era ancora in piedi. E in quella campagna la prima cosa che fecero fu abbattere gli steccati anche tra gli animali, persino tra prede e predatori, quasi a facilitare il corso della natura.
Ma Noi siamo un minestrone è anche la filigrana di ciò che è accaduto in questo quarto di secolo sotto l’aspetto lavorativo: uova contate una per una, numeri che diventano memoria – centomila piatti lavati, cinquantamila uova per tagliatelle da preparare in scena, duemilacinquecento repliche in tutta Italia – e che raccontano una fedeltà ostinata a un modo di fare teatro e di stare al mondo.
Dentro questo flusso entrano le storie: l’amore per la natura, l’innamoramento di coppia e la gioia della condivisione, la paura della solitudine legata al tempo che passa. Gli sguardi sempre più illuminati di Paola, le parole sempre più empatiche di Stefano diventano archivio vivente di esperienze. I racconti si intrecciano con la musica – Janis Joplin, John Lennon – non come citazioni nostalgiche, ma come colonne sonore di un idealismo che non si è spento.
È presente anche l’eco profonda del Living Theatre: non come modello da imitare, ma come genealogia ideale. Judith Malina e Julian Beck hanno incarnato un teatro politico e di protesta, fondato sull’amore, sull’immaginazione, sulla possibilità di cambiare il mondo partendo dai corpi e dalle relazioni. Anche l’uso simbolico della kefiah palestinese, qui riesumata da una cassa da Paola Berselli, rimanda a un’idea di solidarietà concreta e di giustizia sociale. Le Ariette raccolgono quell’eredità e la traducono in un linguaggio intimo, domestico, rurale: il politico qui non è lo slogan, ma la pratica quotidiana del prendersi cura.
La natura attraversa lo spettacolo in modo profondo. Gli animali non “entrano in scena” come personaggi, ma è come se entrasse in scena tutta la campagna, con la sua vita pulsante: dal bruco alla gallina, dalla volpe alla donnola. La terra coltivata convive con la terra lasciata libera, dove l’erba cresce, i cespugli avanzano e divorano il teatro costruito a mano alle Ariette, pietra su pietra. Gli alberi si prendono spazio. C’è una visione ecologica non ideologica, ma vissuta: coltivare e, allo stesso tempo, lasciare che la natura faccia il suo corso. La bellezza di un fiore, i suoi colori, diventano immagine di un’armonia possibile.
Le patate, un po’ sottoterra e un po’ fuori, sono forse il simbolo più efficace dello spettacolo: radicate ma esposte, nascoste e visibili; come gli esseri umani, come gli artisti, come chi sceglie di vivere senza separare lavoro e vita. La ritualità delle stagioni attraversa tutto il racconto di questi attori-contadini, trasformando i corpi nel sole, nelle stelle, nel tempo che scorre.
Noi siamo un minestrone è anche un grande racconto d’amore: amore tra due persone, amore per il lavoro, per la terra, per gli incontri. È un’agape laica, un banchetto teatrale che celebra la gioia dello stare insieme. Non c’è retorica, non c’è moralismo. C’è la consapevolezza che la felicità, forse, è una cosa semplice e difficilissima allo stesso tempo.
Alla fine si esce sazi. Non solo di cibo, ma di umanità. Con la sensazione che il teatro possa ancora essere un luogo di trasformazione reale, un inno alla vita e alla compagnia, una piccola ma tenace utopia cucinata a fuoco lento.