Ballando coi ricordi: Il Tango delle Capinere di Emma Dante e la nostalgia di un abbraccio

È un sogno che si apre in silenzio. Come il fruscio di un baule che si schiude piano, in una soffitta della memoria. Dentro, oggetti qualsiasi: un velo da sposa, un telecomando, palloncini, un carillon. E tutto diventa poesia.

Il tango delle capinere per la regia di Emma Dante, una settimana da tutto esaurito nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Milano, è uno spettacolo fatto di pochissime parole e infiniti ricordi. Una ballata della vita. Una danza in cui si srotola, passo dopo passo, il filo sottile e tenace di un amore.

Il Tango delle capinere ©-rosellina-garbo

Lui e lei. Due vecchi. Due giovani. Due maschere. Due corpi che si cercano e si respingono, si scorticano piano, come cipolle, e alla fine restano nudi: anime che si toccano. Attrice e attore, Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri, sono meravigliosamente sospesi tra presente e passato, tra comicità e struggimento, tra ciò che è stato e ciò che ancora resta nei gesti, nei corpi.

Non hanno nome. Non ne hanno bisogno. Siamo noi, loro. I nostri genitori. I nostri nonni. Siamo l’amore che abbiamo visto da piccoli nei loro occhi stanchi. Siamo l’amore bianco, quello che sopravvive al tempo.

Il Tango delle capinere ©-rosellina-garbo

La scena si accende come una balera. Luci tenui, notturne, da festa d’altri tempi. Un veglione di fine anno, uno di quelli con le paillette, i botti, le scarpe spaiate e i baci rubati a mezzanotte. Ma in questo spettacolo la mezzanotte è il principio. Il punto in cui tutto inizia a tornare indietro.

Il tempo si spoglia. I due vecchi ballano a ritroso la loro storia. È una danza della memoria, dei sensi, dei silenzi. La colonna sonora è la vita stessa: le voci di Mina, di Luigi Tenco, di Edoardo Vianello, di Francesco De Gregori. Canzoni che sono diventate vene nelle mani degli spettatori. Che hanno segnato abbracci, nascite, addii.

E se domani, Lontano lontano, Fatti mandare dalla mamma… Ogni brano è un flashback. Un battito del cuore che torna indietro. Non c’è nostalgia. C’è la malinconia dolce delle cose vere. Una dolcezza che taglia piano, come certe luci al neon di fine festa. Una tristezza che ti prende per mano e ti accompagna fino al sorriso.

Il Tango delle capinere ©-rosellina-garbo

È Il ballo del mattone, o forse la ballata dei matti. Il palleggiarsi un neonato come se fosse una palla, un mondo. I litigi, i silenzi, il Natale, il telecomando da rubare o da farsi rubare. Il fazzoletto sporco, le coperte troppo calde, i piedi freddi, le bollicine, le risate, la rabbia, la malattia. La vita.

Come scriveva Oriana Fallaci: «l’amore non si misura nel momento in cui si fa l’amore ma dopo. Quando rivorresti la tua solitudine e per amore accetti di non essere sola». Ed è proprio questo che Emma Dante mette in scena: l’amore non perfetto, ma eterno. Quello che ti sveglia la notte, ma non potresti più dormire senza.

Ogni gesto in scena ha la potenza di un ricordo improvviso. Ogni silenzio pesa come una valigia non aperta. Ogni abbraccio è un ponte tra i secoli.

Il Tango delle capinere ©-rosellina-garbo

Il siciliano stretto, quasi mistico, spunta qua e là, come una lingua dei sogni. Come un dialetto dell’anima, che capiscono i cuori che hanno vissuto. Il tempo si piega, si accartoccia. L’orologio da taschino oscilla, scandendo il conto alla rovescia per un nuovo inizio, o forse per la fine.

Un tempo inafferrabile. E alla fine tutto resta a terra: palloncini, coriandoli, bottiglie vuote, scarpe, ciabatte, il velo, le luci spente. Il disordine della festa è il disordine della vita. E quando non c’è più nessuno con cui condividerlo, resta solo un carillon che suona da solo. Il suono tenue della memoria.

Il sipario cala sulle note del Tango delle capinere cantato da Nilla Pizzi. La danza si chiude. Ma gli occhi sono lucidi. Non si piange. Si sorride con la gola stretta. Perché lo abbiamo capito: non era solo la loro storia. Era la nostra.

Uno spettacolo visionario e carnale, poetico e silenzioso. Emma Dante ci prende per mano e ci riporta indietro. Ci fa ballare la nostra giovinezza E quando la musica finisce, ci resta un respiro. Il respiro di ciò che abbiamo amato. E che, dentro di noi, non smetterà mai di danzare.

Vincenzo Sardelli

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